Una lunga inutile vita
Scrivo perché mi va di farlo e come tutti i depressi evito l'immagine, la mia, allo specchio. Veniamo alla storia. Quel giorno come da diversi mesi Marta andò a prendere suo figlio all'asilo solo dopo essersi sentita sola per la seconda volta dalla mattina presto. La prima era stata alle sette di mattina, svitando la moka del caffè che nessuno dal giorno prima aveva pulito. Perché, mentre camminava sulla strada grigia, si sentiva così? Un figlio, un marito, la famiglia. Aveva ragione la psichiatra: prenda la sertralina e mi faccia sapere. Invece lei - da sempre bravissima a fingere - aveva detto che sì, assolutamente, l'avrebbe presa. Ma pochi giorno dopo aveva disdetto l'appuntamento e lasciato la confezione di Zoloft ancora bella chiusa sul comodino. "Mamma, cosa c'è che non va?!", gli occhi tondi e brillanti, l'impazienza di buttarsi in ogni momento a fare qualcosa. L'eccitazione di non sapersi mortali. Non gli risponde, fa solo un sorriso e dopo averlo fatto salire in auto fa il giro per mettersi alla guida provando uno strano piacere con le dita che si avvolgono attorno alla pelle del volante. Ancora piove. Quando la trovarono morta fu subito chiaro che era un suicidio: nessun segno di lotta, porta chiusa a chiave dall'interno, lei distesa come se stesse dormendo. Alla fine lo Zoloft l'aveva preso, ma insieme ci aveva bevuto mezza bottiglia di whisky. "Ma cos'è successo alla mamma? Dov'è?". Non lo so, gli dissi. Entrato in quel romanzo credevo di aver trovato il mio posto nel mondo per quanto tragico. Adesso io sono in ospedale, passo le giornate a guardare il soffitto e a cercare l'attenzione delle infermiere. Lui lavora alle poste. In barba a tutti gli psicologi del mondo è cresciuto normalmente e già a sedici anni gli dissi la verità. La sera stessa andò al cinema a vedere un horror su una strega che tormenta i bambini e non ne parlammo mai più. In ospedale non ci sono specchi, mio figlio non viene mai a trovarmi mentre ha superato i cinquant'anni compilando i dati necessari a spedire le raccomandate. Poi vai in chiesa, un tizio vestito comodo ma strano enuncia da dietro un coso chiamato altare che Dio, mai visto, ci ama. Ecco, era questo che volevo dire. Siate felici.
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