//mostro non mostro//
Sono in effetti diverso (ascendo e non, come un ascensore che però si chiama solo ascensore). Il mondo mi appartiene poco. Una storia difficile diventa facile quando qualcuno la ascolta: il significato è difatti tecnicamente estruso, senza che chi ha raccontato sapesse più di un accidente su esiti, speranze e la generale somministrazione di significati utili. Le civiltà, tutte, nascono così. E io sono anche stanco di questa orrenda e poderosa capacità di sintesi e comprensione. Vorrei che la mia presunzione fosse almeno un po’ più grande – che valicasse appena... un po’..., con educazione – la vera e concreta forza del mio intelletto. Invece no. Si tengono per mano e attraversano la strada rigorosamente sulle strisce. Sono una copia di una copia. Ma chi ha copiato? Ci si annoia, si imparano parole e concetti difficili e alla fine ci si accorge che si trattava solo di acqua, la molecola più pazza e clatrata che ci sia. Lo scampanato e azzurrissimo imprenditore, dal Kazakhistan al compare mollato perché troppo ricco e coglione. La voglia sempre più mancante di approfondire. Il nesso inestricabile fra linguaggio e numero. Gli studi di epistemologia. La commissione di un reato. L’essenziale differenza fra obbligazione e contratto. L’orgogliosa dipendente della pubblica amministrazione con l’ufficio bellissimo. E la storia, dovevo raccontare una storia. Ebbene, fratelli umani la storia ora me la invento ma sarà così bella e ben tessuta che vi cambierà la vita. È questa. Un bel giorno in un posto lontano lontano nacque un uomo perfetto e allo stesso tempo bizzarro. Aveva delle lunghe mani e un corpo eccezionalmente resistente, per quanto non bello. Visse solo fino all’età di tredici anni, finché non incontrò una comunità di selvaggi che prima cercarono di mangiarlo e poi lo elessero a capo. Torniamo a noi. L’imprenditore ha gli occhi davvero azzurri e nel suo nome c’è qualcosa di verginale. Non puoi più manco scrivere – è questo il punto – se oramai il contesto ha raggiunto il vertice dell’avvertimento e tutto è collegato. Quanto volevo… sfogare... è dopotutto questo: le sculture, sì, sono perlopiù brutte. L’essere solo, sì, è perlomeno comodo se ti rassegni a scaldarti solo il corpo con legna ed elettricità. Il tedesco, poi, è una bella lingua, per quanto oscena. L’esibizione di capacità una condanna destinata agli idioti, dei quali nessuno – e sono molto serio – può fare a meno. Che altro posso dire? Ah, il mio talento! Fare a pezzi il carattere delle persone. La prima, absit iniuria verbis (mi viene in mente), è di viso diafano ma duro nella precarissima morbidezza dei lineamenti. Occhi chiari fin oltre la trasparenza, bocca piena e immobile, pelle perfetta. Si occuperà nei prossimi anni di escindere cuori e altri contratti. Seconda: occhi appena un po’ più scuri, un po’ stupiti e attenti alla minaccia ma in attesa di solo sostegno e forza, adusa a fare della sua debolezza un mezzo efficacissimo di contorniatura. Capelli fiammeggiati, chioma quasi folta, voce bassa e venature evidenziate dalla fragilità di un’orbita. Terza: nanetta compatta, occhiali coprenti, viso rotondo, parla arrotando. Si occuperà di formazioni non naturali nei corpi. Quarta: suora-formata, occhi progettati per uccidere, naso streghesco, sorriso rustico. Si occuperà di visceri, pulizia e morti precoci. Quinta: ottimamente dimostrata origine familiare di buon rango. Vestizione eccellente, gusto ben costruito. Bionda, bocca tentevole. Si occuperà di ricerca. Poi basta, cari amici. Sono quassù in cima al faro, in una delle mie notti preferite. In direzione del mio orecchio destro arrivano le misteriose e irresistibili frequenze di UVB76, una radio militare segreta e anche russa. Un po’, vorrei dire, come quella megatopa che incontrai tanti anni al di là dell’atlantico e che voleva appoggiare il suo corpo al mio. In Canada, con lentiggini, capelli morbidi e biondi, occhi di fuoco. Era proprio bella. Vorrei sapere se è morta; e vorrei, nonostante tutto, essere anche più preciso: io col labor limae ci si sistemo gli scaffali. Nello scrivere non ha senso. Conta la verità, mica la bellezza. O pensi forse di poter arrivare all'Eneide? Ah, la Karenina...
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